Nel Sacello di Santa Matrona c’è uno dei mosaici che adornano la parte alta che raffigura un trono vuoto.
Tecnicamente questa rappresentazione iconografica viene definita L’etimasìa (ἑτοιμασία, in greco, ovverosia “preparazione”) ed è associato a temi escatologici nell’arte e nell’iconografia cristiana.
Il trono vuoto sta a significare la venuta del Cristo che occuperà il trono al suo ritorno sulla terra per il giudizio universale.
Nelle basiliche paleocristiane, come nel caso del Sacello di Santa Matrona, l’Etimasia compare sovente tra i soggetti della decorazione musiva, soprattutto se quest’ultima è frutto del lavoro di maestranze bizantine

𝐼 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑖
Nei mosaici paleocristiani, il blu e l’oro assumono una simbologia di forte impatto spirituale. Il blu richiama il cielo infinito, simbolo della trascendenza e del divino, evocando la dimensione celeste. L’oro, invece, rappresenta la luce eterna e la gloria di Dio, esprimendo la perfezione e la maestosità del paradiso. L’armonia tra questi colori conferisce un senso di sacralità, invitando alla contemplazione del mistero divino

𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐭𝐫𝐨𝐧𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
La profonda devozione verso Santa Matrona, nostra patrona, si perde nella notte dei tempi, andando ben oltre i confini comunali. Numerose sono le testimonianze che documentano questa venerazione, risalenti anche a secoli lontani, e provenienti da località non vicinissime a San Prisco. Ma perché tanta devozione? Principalmente per due motivi: la sua fama di protettrice contro i dolori addominali e i disturbi del flusso sanguigno, e la suggestiva storia tramandata da Michele Monaco, che la descriveva come una nobile di origine portoghese. Questi elementi hanno inciso profondamente nell’immaginario collettivo di un territorio casertano che, nei secoli passati, era molto diverso da quello attuale, con confini e distanze molto più marcate tra i vari paesi, anche quelli vicini come Portico, Recale o Marcianise.
È probabile che i pellegrinaggi da queste località siano iniziati per circostanze fortuite, trasformandosi poi in consuetudine grazie al passaparola. Del resto, la medicina dell’epoca, con conoscenze limitate, tendeva a ricondurre gran parte dei mali all’addome. Interessante è anche l’analogia con le matres matutae della tradizione capuana, oggetto di ex voto per la fertilità e legate all’agricoltura. Analogamente, Santa Matrona veniva invocata per garantire un parto senza complicazioni, un evento tutt’altro che scontato fino alla metà del secolo scorso.
A partire dalla metà dell’Ottocento, le documentazioni relative alla devozione a Santa Matrona al di fuori di San Prisco si fanno sempre più consistenti. Negli anni ’90 del Novecento, si assiste a un’evoluzione nelle modalità dei cortei in onore della Santa: dalla tradizionale processione a piedi accompagnata da nacchere e tamorre, si passa a pellegrinaggi organizzati in pullman. Tuttavia, fino agli anni ’80 era ancora consuetudine, e non un episodio isolato, vedere gruppi di devoti partire a piedi dai paesi vicini per raggiungere la Chiesa Madre. Durante questi cammini, spesso intervallati da soste nelle campagne per rifocillarsi, si cantavano inni popolari. Uno di questi recitava:
“𝑆𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑀𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑎, 𝑓𝑢𝑛𝑖 𝑒 𝑐𝑢𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑒,
𝑠𝑖𝑚𝑚𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖 ‘𝑟𝑎 𝑙𝑢𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜
𝑐𝑢’ 𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑖𝑛𝑖 𝑝𝑒’ 𝑛𝑎 ‘𝑏𝑏𝑜𝑛𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎.”
Questo racconto, intriso di storia, tradizione e fede, testimonia quanto il culto di Santa Matrona sia stato, e continui a essere, un punto di riferimento spirituale per tutta la comunità.