Vino Casavecchia, tra storia e leggenda

L’origine, la diffusione e la valorizzazione del Casavecchia, oggi vino DOP, raccontata dal Dott. Antonio Di Giovannantonio

Oggi ho quasi quarantaquattro anni, svolgo attività di consulenza nel settore vitivinicolo per diverse aziende della Campania, i miei primissimi ricordi sul vitigno Casavecchia risalgono ad una calda estate del 1990. Preparavo il mio esame di maturità tecnica che sostenni presso l’Istituto Agrario Statale “A. Scorciarini Coppola” di Piedimonte Matese. Una delle mie materie di esame fu Coltivazioni Arboree, che comprendeva allora anche la parte di viticoltura. Ebbene, proprio mentre leggevo durante lo studio le varietà di vite da vino più diffuse in Italia e in Campania, rimasi molto sorpreso del fatto che non comparisse il vitigno Casavecchia, fino al punto di aggiungerlo a matita sul testo che stavo utilizzando e di menzionarlo durante il mio esame orale, tra lo stupore e lo sguardo stranito dei commissari che nulla sapevano di quell’uva. VIGNETI 1
Quei gesti altro non erano che l’esuberanza di un giovane, alimentata dal fatto che il vino Casavecchia era già da tanti anni nella cultura e nei consumi quotidiani dei Pontelatonesi. Malgrado tutto, quel giovane non sapeva che l’uva Casavecchia non esisteva affatto come varietà, non sapeva che non era lecita nemmeno la sua coltivazione, perché non era iscritta al Registro Nazionale Delle Varietà di Vite, detenuto dall’allora Ministero Dell’Agricoltura e Delle Foreste. Qualche anno più tardi, da studente al terzo anno presso la Facoltà di Agraria “Dell’Università Degli Studi Di Napoli Federico II”, durante uno dei miei tanti fine settimana pontelatonesi, mi trovai a parlare piacevolmente con uno dei vecchi agricoltori del posto, il signor Nicola Carusone, agricoltore e commerciante della zona, il quale mi raccontò una storia bellissima a metà tra fiaba e realtà, tra incanto e disincanto.
Quella storia segnò nella mia mente e in quello che sarebbe accaduto successivamente, una svolta importantissima e soprattutto rappresentò l’inizio di un percorso che solo oggi ha iniziato a dare frutti straordinari. L’anziano “Zi Nicola” come amiamo dire a Pontelatone, mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere, mi chiese:“ma tu lo sai come è nata l’uva Casavecchia?” Dopo il mio silenzio iniziò finalmente a raccontarmi la storia. Mi disse che il mio bisnonno, Prisco Scirocco, nato a Pontelatone nel 1875 ed ivi morto nel 1962, trovò quando aveva un’età di 30-35 anni, all’interno di un rudere di sua proprietà, oggi ancora esistente nei pressi della vecchia masseria denominata “Ciesi” e in tenimento amministrativo del comune di Pontelatone, una vite che aveva almeno cento anni, che dava un’uva ottima per la produzione di vino rosso. Secondo il racconto di “zi Nicola”, il mio bisnonno iniziò a prelevare da quella vite secolare delle talee con le quali impiantò un primo filare di viti, mi raccontò anche che la gente di Pontelatone e del vicino comune di Castel Di Sasso iniziò ad andare dal Prisco Scirocco per ottenere delle talee allo scopo di piantarle nei loro vigneti, quella gente secondo il racconto iniziò a dire: “jamme a piglià l’uva e chella casa vecchia”; che in gergo dialettale locale significava “andiamo a prendere le talee dell’uva nata in quella casa vecchia, da cui derivò il nome del vitigno Casavecchia”.

cIò che resta del rudere della Casa Vecchia

cIò che resta del rudere della Casa Vecchia

Quel giorno appresi quella che per me è stata ed è ancora oggi una fiaba bellissima, che nessuno mi aveva mai raccontato, ma con molto scetticismo ero portato anche a pensare che magari quella fiaba poteva essere solo il frutto di fantasie popolari, alimentate magari ancor di più dalla tradizione orale. A quel punto mi ricordai che diversi figli del Prisco Scirocco, ovvero, gli zii di mio padre, erano ancora in vita, si trattava di Scirocco Giuseppina e di un altro suo fratello, Scirocco Guarino, oggi ancora in vita.

Di Giovannantonio con Guarino Scirocco

Di Giovannantonio con Guarino Scirocco

Volli subito incontrare i figli del vero Padre del Casavecchia, nel desiderio di farmi raccontare anche da loro la bellissima e singolare storia.
Il racconto di Guarino e di Giuseppina era di un realismo sconvolgente e non mostrava alcuna discrepanza rispetto a quello raccontatomi da Nicola Carusone.

I giorni scorrono veloci, gli anni anche, così iniziai una tesi di Laurea sperimentale, finalizzata alla caratterizzazione ampelografia del Casavecchia, allo studio delle sue attitudini vegeto-produttive e soprattutto al suo inserimento nel Registro Nazionale Delle Varietà di Vite, avvenuto con successo nel luglio del 2002.
La registrazione del Casaveccchia al Registro Nazionale, fu passo essenziale ed indispensabile per l’ottenimento della DOP Casavecchia di Pontelatone, senza quella benedetta registrazione la tanto agognata DOP non sarebbe mai potuta arrivare. Nel 1995, quando iniziai la mia Tesi di Laurea in viticoltura, di viti Casavecchia ce ne stavano solo poche centinaia in tutto il territorio di Pontelatone, oggi invece, diverse sono le aziende che producono vino Casavecchia, proponendolo ai turisti che visitano il territorio e commercializzandolo sia sul territorio nazionale che all’estero. Un tempo quando a Caserta o a Napoli si pronunciava la parola Pontelatone, nessuno sapeva della sua esistenza, oggi invece quando si dice Pontelatone sia a Napoli che a livello Nazionale, molti dicono:“dove si produce il vino Casavecchia?” E’ proprio questa la valorizzazione dei territori attraverso il vino e attraverso i cibi, perché l’enogastronomia è amore, è comunicazione è un vero e proprio linguaggio che dobbiamo tutelare, difendere, migliorare, veicolare ai turisti e lasciarlo in eredità ai nostri figli.

Oggi il vino Casavecchia è un potente nettare dall’intenso colore rosso con riflessi violacei che sono tanto più intensi quanto più esso è giovane, man mano che invecchia, quei riflessi violacei scompaiono sempre di più cedendo il posto al rosso rubino. Detti riflessi sono dovuti ad un elevato contenuto in malvidine che sono pigmenti tipici del Casavecchia che presenta anche un quadro polifenolico molto importante, che lo rende particolarmente idoneo all’invecchiamento di lungo periodo.
Ho avuto la fortuna di stappare una mia bottiglia del 2001, una delle mie prime vendemmie, quel vino era fantastico, presentava ancora un meraviglioso colore rosso rubino, dei tannini molto rotondi, grandiosamente limati dagli anni e soprattutto, tutti i sentori e i ricordi di un’annata straordinaria, mai più rivista, la 2001.
Signori! Il Casavecchia è questo! E’ un vino che a mio modesto avviso ha bisogno dei suoi tempi, può essere davvero apprezzato e valorizzato solo in seguito ad un affinamento in rovere di 15-18 mesi e ad un successivo affinamento in bottiglia di almeno 4 o 5 anni. Ritengo personalmente, in base alla mia esperienza che un eccellente Casavecchia, ottenuto dalle uve migliori, possa raggiungere tranquillamente i 20 anni e più di invecchiamento, perché nell’assaggiare la predetta annata 2001 mi son reso conto che quel vino oltre ad essere ancora eccezionale, non era ancora nella sua fase discendente e che aveva tanto da dare in futuro!
Alla fine di questo lungo percorso vitivinicolo che ho cercato di raccontare anche in maniera molto sintetica, perché ci sarebbero tanti temi di approfondimento e tanti particolari che non riesco ad esprimere in un solo articolo, mi rendo conto di essere stato un vero innovatore.Tutta quella innovazione, nasceva dal desiderio di conoscere, di approfondire temi scientifici, dalla passione e dall’amore per la propria terra.
VIGNETI2 Tutto questo percorso vitivinicolo da me descritto anche in maniera piuttosto sintetica è stato fondamentale e indispensabile per la nascita della DOP Casavecchia di Pontelatone, figlia di un vitigno semisconosciuto che si era quasi estinto.

Oggi la DOP Casavecchia di Pontelatone è per la sua estensione territoriale una delle più piccole se non la più piccola d’Italia, proprio per questo è naturalmente incline ad un discorso di elevata qualità, si tratta di una DOP dal grande e glorioso futuro, ci scommetto!
Sento forte l’esigenza di menzionare persone ed amici che hanno condiviso con me molte tappe del percorso descritto. Oltre alle persone già citate precedentemente, un pensiero fortissimo va innanzitutto a mia madre, che mi sostenne economicamente quando ancora da studente iniziavo a svolgere i miei primi esperimenti sul vitigno, ricordo poi con molta ammirazione e stima il mio professore e insigne maestro di viticoltura “Maurizio Boselli”, col quale preparai la mia tesi di laurea sul Casavecchia, fu il primo a credere con me nel vitigno. Dopo la mia tesi di laurea, allo scopo di ottenere la predetta registrazione, fu necessario e indispensabile continuare il lavoro scientifico sul vitigno Casavecchia per altri tre anni, ed in questo, l’allora sindaco Alfonso Cutillo (patron del caseificio “La Baronia”) ebbe un ruolo fondamentale, perché fu sindaco capofila di un’associazione tra quattro comuni, Pontelatone, Formicola, Liberi e Castel di Sasso. L’associazione in cui Alfonso fu il leader, mise a disposizione 100 milioni di vecchie lire per una convenzione di ricerca con l’università. Un ultimo ma non meno importante pensiero speciale va agli amici dell’agriturismo Le Fontanelle in Pontelatone, Pasquale Izzo, Francesco Izzo e lo Chef Vincenzo Civitella, perché nel lontano ma vicino 2006 furono i primi a credere nelle mie capacità professionali conferendomi una consulenza vitivinicola. Detta fiducia è stata ripagata con la nascita di due bellissimi prodotti, il Casavecchia Petronilla e il Casavecchia San Laro, il primo è il vino rosso che viene commercializzato già nel mese di maggio dell’anno successivo a quello della vendemmia, il secondo invece è il vino rosso che nasce dalle migliori uve Casavecchia dell’azienda, che viene affinato 15/18 mesi in piccole botti di rovere e che viene commercializzato dopo almeno cinque anni dalla vendemmia.BOTTIGLIE CASAVECCHIA
Sono particolarmente fiero del Casavecchia San Laro, perché a mio modesto avviso rappresenta quello che per me deve essere un vero Casavecchia, un vino senza fretta oserei dire slow, che fa degli anni e del tempo indispensabile al suo affinamento i suoi alleati migliori.

Pontelatone 03/05/2015
Dott. agr. Antonio Di Giovannantonio

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La mela annurca, l’appetitosa protagonista della tavola autunnale casertana

mela annurca E’ periodo, arriva la mela annurca, il frutto campano e casertano autoctono per eccellenza, contraddistinto da una metodologia di coltivazione immutata da decenni. E’ un frutto unico nel suo genere, oltre che per la genuinità, per il sapore decisamente dolce che lo caratterizza; nonostante sia un’eccellenza della produzione ortofrutticola campana è relativamente poco conosciuto al di fuori dei confini regionali. La sua particolarità consiste nel cosiddetto periodo di “arrossamento”, ovvero un passaggio intermedio consistente in un processo di maturazione a terra che avviene in apposite strutture chiamate melai, filari di graticci di paglia ricavata dalla trebbiatura, per essere esposti al sole dai 10 ai 15 giorni. melai Questa succulenta varietà di mela ha ricevuto il riconoscimento di “Melannurca Campana ad Indicazione Geografica Protetta Igp”con Regolamento (CE) n. 417/2006 . Si distingue dalle altre varietà di mela per alcuni particolari: una forma appiattita, il picciolo corto, la buccia di colore giallo-rosso. Il sapore decisamente dolce la rende particolarmente gradita ai bambini, insieme alle sue varianti come il frullato e la “grattata”. igp mela annurca La Mela annurca è presente in Campania da almeno due millenni, difatti alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare nella Casa dei Cervi, testimoniano la sua familiarità con il mondo romano e la Campania Felix in particolare. la “Melannurca Campana” IGP costituisce l’80% circa della produzione campana di mele e il 5% circa di quella nazionale. Tradizionalmente coltivata nell’area flegrea e vesuviana, la “Melannurca Campana” si è andata diffondendo nel secolo scorso nelle aree giuglianese-aversana, maddalonese e beneventana, nel nocerino, e, in tutta l’area dell’alto casertano dove è più intensamente coltivata.

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Quella tradizione che viene dal Sud in contrasto con lo spirito commerciale di Halloween

Pane dei morti

Pane dei morti

La festa di Halloween, si sa, è un evento importato dalla tradizione anglosassone che in Italia ha preso piede da qualche anno; al di là dell’opportunità, o meno, di dare tanto risalto ad una festività che non è nelle nostre “corde”, rincresce osservare come le belle tradizioni, decisamente più intrise di “poesia”, della nostra terra legate alla commemorazione dei defunti abbiano perso di contenuto e continuità, eccezion fatta (forse) per il significato religioso. Eppure proprio nel nostro Sud sopravvive, essenzialmente nella memoria delle persone più anziane e, con contenuti leggermente più diffusi, in alcune zone del Cilento, una credenza popolare che si perde nella notte dei tempi, la quale, però, rischia di cadere nell’oblio a dispetto della sua connotazione molto più consona alle nostre tradizioni: il periodo del tempus tremendum degli antichi, basata sulla convinzione del ritorno ciclico dei morti fra la notte fra il 1 e il 2 novembre. In ragione di tale credenza, anticamente, in varie zone del Sud, e della Campania in particolare, si pensava che i “cari estinti” ritornassero nelle abitazioni dove risiedevano da vivi,diventando una sorta di presenza silenziosa e benevola che vegliava sui parenti ancora in vita; una presenza, per certi versi, molto simile a quella dei “penati”. Per rifocillare il defunto dal viaggio nella notte del 1 novembre, quindi, si sistemavano sul tavolo della cucina, nelle varie abitazioni, un bicchiere di vino, uno d’acqua, del pane ed un pezzo di baccalà e, a volte, il dolce chiamato “il pane dei morti”. Secondo la tradizione la loro presenza terminava la notte del 5 gennaio, quando, davanti ad ogni casa veniva posizionata una candela accesa, per dare ai morti una lampada, con la quale “Poter andare definitivamente dinanzi a Dio”. Ancora oggi, difatti, è possibile nel Vallo di Diano (nel salernitano), la notte fra il 5 e il 6 gennaio trovare fuori delle abitazioni una lampada accesa per accompagnare il defunto nel suo viaggio.

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Un voto per salvare le Carceri Vecchie dal degrado

Votando sulla pagina web del FAI: “i luoghi del cuore”, fino al 30 novembre, è possibile aprire un dibattito sulla salvaguardia del mausoleo funerario più grande della Campania

carceri vecchie prospettiva
Il monumento sepolcrale detto “delle Carceri Vecchie” per la credenza che anticamente vi fosse un carcere di gladiatori, è un sepolcro di età imperiale (I secolo d.C.). La camera ha pianta a croce greca ed è coperta con volta a crociera al centro. Interessanti e preziosi i pochi frammenti delle antiche decorazioni pittoriche.

Particolare frammenti di un affresco interno

Particolare frammenti di un affresco interno

La parte principale del monumento è interrata, come si evince dalle rappresentazioni impresse nel palazzo Buonpane a Casapulla, inoltre, verso la metà del 800’, fu costruita la chiesetta della Madonna della Libera che riutilizzò ed ostruì l’antico ingresso del mausoleo. Dal braccio posto in asse con la chiesetta, attraverso una botola nel pavimento, si accede ad una camera sepolcrale ipogea. Le Carceri Vecchie rappresentano il mausoleo funerario più grande della Campania. Il fatto che questo sito sia posizionato lungo la via Appia, peraltro proprio di fronte al fondo Patturelli, appena fuori l’antica Capua, avvalora l’ipotesi che il sepolcro appartenesse ad una personalità di spicco di quella che fu “l’altera Roma”. La recente kermesse della”Città sotto la città”, ha inserito questo posto nei siti visitabili con un archeologo ad illustrarlo, purtroppo le Carceri Vecchie, non solo erano chiuse, ma versavano in un degrado inaccettabile: sterpaglie altissime e rifiuti vari la facevano da padrone. Ora più che mai, con l’opportunità offerta dalla votazione online dei “luoghi del cuore”, indetta dalla FAI, c’è la possibilità di rivalutare questo importante monumento che in coordinato con gli altri resti dell’antica Capua, come l’Anfiteatro Campano, la Conocchia di Curti e la vecchia fornace, solo per citarne alcuni, potrebbe dar vita ad un circuito turistico di tutto rispetto. Votare per i samprischesi è un dovere perché la cittadina alle pendici del Tifata è stata parte integrante dell’antica Capua e perché, effettivamente, è dai tempi del prof. Agostino Stellato non si pone veramente l’attenzione sui tesori storico-artistico-culturali di San Prisco. Un voto per strappare le Carceri dall’oblio è doveroso per impostare successivamente un lavoro di reale rivalutazione di una testimonianza unica della grandezza del passato che non possiamo lasciare in questo stato d’abbandono.

Come fare a votare:
1) andare sul sito http://www.iluoghidelcuore.it, fare il log-in con Facebook, twitter, google+ o, in alternativa, registrarsi alla pagina

luogo del cuore 1 (1)

2) Clicca su vota, seleziona la regione, la provincia e la città
luogo del cuore 2
3) Clicca “vota” sul logo delle Carceri Vecchie, si può votare anche per il Tifata e il sacello di Santa Matrona, un voto non preclude l’altro.
luogo del cuore 3

Alcune foto del degrado in cui versa il mausoleo delle Carceri Vecchie:
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CaserTerrae la “Cultura in Rosa” di Terra di Lavoro lancia il suo sito.

caserTerrae CaserTerrae Aps, una società composta esclusivamente da donne, nasce in occasione
dell’evento “Aperture Straordinarie 2012/2013″ del Real Sito di Carditello, lancia il proprio sito internet per offrire ai propri utenti completezza d’informazione. CaserTerrae si prefigge di valorizzare e promuovere le enormi potenzialità del territorio campano, con particolare attenzione alla cosiddetta“ Terra di Lavoro “in questi ultimi anni soggetta a soprusi, incuria e abbandono.
Le socie intendono mettere al servizio della comunità le competenze acquisite nel
corso del tempo al fine di valorizzare i beni presenti nella propria regione d’appartenenza anche attraverso un’attività di supporto alle istituzioni scolastiche e a tutte le realtà operanti nel campo della cultura. Ritenendo che la conoscenza sia il mezzo fondamentale per potenziare il paese, CaserTerrae collabora con privati e associazioni impegnati per il riscatto culturale e sociale della nostra terra, con le Istituzioni che difendono la tutela dei luoghi e dell’eredità storica della Provincia di Caserta. Tante le iniziative di CaserTerrae sul territorio campano, le energie e le professionalità profuse in questi anni sono state ricompensanti da diversi riconoscimenti, non ultimo la citazione fatta dall’ex Ministro della Cultura Massimo Bray sulla pagina internet della cultura che vince. disponibile al seguente link:

http://www.laculturachevince.org/caserterrae/

Il sito è disponibile al seguente link: http://caserterrae.it/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/caserterrae

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Quando eravamo Capua: i reperti archeologici del Museo Campano

 

Una delle Matres conservate nel Museo Campano

Una delle Matres conservate nel Museo Campano

L’antica Capua (territorio corrispondente all’odierna Santa Maria CV e paesi limitrofi) fu una delle più grandi città dell’Italia antica e, nel periodo del suo massimo splendore, una delle più importanti dell’impero Romano. Tito Livio descrive la Capua del IV secolo a.C. come la più grande e ricca città d’Italia, mentre Cicerone la definì l’altera Roma. Storicamente fu, nel periodo romano, la capitale della Campania, e come Roma aveva un proprio Senato, da cui l’acronimo S. P. Q.C ( Senatus Populusque Capuanum ). L’antica Capua è famosa nel mondo per i suoi ozi, noti per essere stati la causa principale della sconfitta del condottiero cartaginese Annibale. Purtroppo dei fasti del suo passato non resta molto a livello documentale, ma i reperti archeologici, ancora integri, possono dare l’esatta dimensione di quella che fu la sua grandezza; su tutti le Matres Matutae e i mosaici del tempio di Diana, reperti conservati nel Museo Campano di Capua. Le Matres rappresentano una raccolta di oltre cento statue ritrovate a Curti nel fondo Patturelli, si tratta di figure femminili intente ad accudire dei neonati, inquadrate temporalmente fra la fine del V secolo a.c. e il I secolo a.c. . Le statue sono realizzate in tufo proveniente dal monte Tifata; solo una differisce dalle altre, quella della dea tutelare del tempio: la “Mater Matuta“, antica divinità italica della maternità, proprio per questo si pensa siano offerte ex-voto alla dea; questa collezione è universalmente considerata tra le più rare che Musei italiani e stranieri possano vantare. Sempre il museo Campano, inoltre, conserva dei mosaici ritrovati a Sant’Angelo in Formis alle pendici del monte Tifata, in corrispondenza dell’odierna basilica, fra tutti spicca un mosaico policromo proveniente raffigurante un “coro sacro“, sicuramente un pannello decorativo di quello che fu il tempio dedicato a Diana Tifatina. Non tutti hanno l’esatta dimensione dell’inestimabile valore di questi reperti, fortunatamente è in atto un’opera di rivalutazione degli stessi che potrebbe assicurare ad un’area come quella di Terra di Lavoro un flusso turistico importante che, in parte, potrebbe sopperire alla difficile congiuntura economica che sta mettendo a dura prova l’intera provincia casertana.

Di seguito una rassegna di alcuni reperti conservati nel Museo Campano di Capua:

Mosaico del coro sacro

Mosaico del coro sacro

Mosaico proveniente dal tempio di Diana Tifatina

Mosaico proveniente dal tempio di Diana Tifatina

Una delle Matres Matutae

Una delle Matres Matutae

Matres in Miniatura

Matres in Miniatura

reperto ritrovato nel fondo Patturelli

reperto ritrovato nel fondo Patturelli

mater Matuta

mater Matuta

altra mater

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Le perle dell’alto casertano: il Borgo di Castel di Sasso

il borgo di sera
Il borgo di Sasso, piccola frazione di Castel di Sasso nell’alto casertano, abitato da circa 40 persone, è estremamente caratteristico; gli adepti della filosofia “new age” non esiterebbero a definirlo un “luogo dell’anima” all’insegna della “slow life”.

Il borgo di Sasso- foto di Alessandro Santulli

Il borgo di Sasso- foto di Alessandro Santulli

Si erge su uno sperone di roccia fra i rilievi montuosi del Verna e del Friento, nel Medio Volturno, il nome Sasso deriva da “saxum”, che significa “rupe”, anticamente (nel “periodo sannita”) era un vero e proprio paese-fortezza creato per la sua visuale privilegiata che consentiva un controllo ottimale del territorio. Il borgo ha un indiscutibile fascino retrò, con il tempo che sembra esseri fermato, dove la vita scorre tranquilla e il silenzio è rotto solo dai suoni della natura, lontana anni luce dal caos della città, nonostante sia a pochi chilometri da Caserta; va scoperto poco alla volta, non per la vastità dell’abitato, di per sé modesto, ma per le sue bellezze naturali e per la posizione panoramica dalla quale si può godere una splendida vista dell’intera vallata e dei paesini limitrofi. Spicca sull’abitato una torre medioevale; le garitte difensive delineano l’abitato, che conserva ancora la struttura urbana originale: strette percorribili solo a piedi, caratteristiche case in pietra, vicoletti, archi, brevi gradinate e case intercomunicanti si rincorrono senza soluzione di continuità.

Il borgo di Sasso- foto di Alessandro Santulli

Il borgo di Sasso- foto di Alessandro Santulli

Il panorama è assolutamente suggestivo e nelle giornate più limpide è possibile vedere addirittura l’isola di Ischia che sembra più vicina di quanto non sia in realtà. I boschi rigogliosi accompagnano il turista nella stradina in salita che porta verso il borgo, dalla quale si possono ammirare scorci panoramici magnifici e una natura lussureggiante che, una volta arrivati in cima, sarà possibile apprezzare nella sua totalità.panoramica del borgo Il piccolo borgo è ancora poco battuto dai grandi flussi turistici, ma visitarlo dovrebbe essere un “must” di tutti gli amanti della natura che, sicuramente, resteranno piacevolmente colpiti dal fascino senza tempo del borgo di Sasso.

La piazzetta di Sasso

La piazzetta di Sasso

Esibizione del gruppo Cantica Popularia a Sasso ai piedi dell Torre

Esibizione del gruppo Cantica Popularia a Sasso ai piedi dell Torre

I Cantica Popularia

I Cantica Popularia

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Ricomincio dal Sud: dall’alto casertano può partire il rilancio della Campania

Il territorio dell’alto casertano è uno scrigno che contiene tesori preziosi, perle naturalistiche di una bellezza rara, dove l’uomo è ancora ospite e non padrone. Ancora poco battuto dai grandi flussi turistici, se adeguatamente pubblicizzato potrebbe rappresentare la chiave di volta per risollevare la parabola discendente dell’economia casertana, per due ragioni sostanziali: le tante bellezze naturalistiche e paesaggistiche, ma soprattutto la volontà di un manipolo di produttori che ha deciso di fare sinergia (storicamente uno dei punti deboli dell’imprenditoria meridionale). Lo stanno facendo rispolverando una tradizione enogastronomia d’alto profilo, che, oltretutto, ultimamente sta inanellando una serie di riconoscimenti che premiano l’attenzione alle tradizioni locali unita alla ferma volontà di rilanciare prodotti autoctoni d’indubbia qualità, su tutti:

conciato romano

Il Conciato Romano prodotto a Castel di Sasso (considerato uno dei luoghi del gusto italiani per eccellenza) che secondo Slow Food è “il più antico formaggio italiano che, a dispetto del nome, risale addirittura alla civiltà sannitica”.

maialino nero casertano
Il maialino nero casertano, razza tipica dell’alto casertano, quasi estinto perché si riteneva che considerata l’alta percentuale di grasso allevarlo fosse poco remunerativo, salvo quando un’intuizione geniale di un allevatore ha rilanciato il consumo delle sue carni pregiate sempre più apprezzate per il sapore e la malleabilità.

mozzarella di bufala

La mozzarella di bufala e i prodotti bufalini in generale, per quanto l’oro bianco sia più associato, come prodotto all’agro-aversano, ultimamente si stanno distinguendo non pochi allevamenti dell’alto casertano.

Olives and Olive Oil

L’olio d’oliva, l’alto casertano ha da sempre prodotto un ottimo olio d’oliva extravergine, a dimostrazione della sua qualità il prestigioso riconoscimento dell’olio extravergine prodotto dall’azienda agricola «Monte della Torre» di Francolise, giudicato da una giuria di esperti internazionali come il migliore in assoluto dell’ultima annata tra i 425 oli in gara premiato, alla XIX edizione del Premio Internazionale Biol 2014.

casavecchia

I vini come il Casavecchia e il Pallagrello, tipici dei comuni del Monte Maggiore stanno riscuotendo sempre più consensi, particolarmente apprezzati nel circuito slow-food, riscoperti e valorizzati dalle nuove generazioni, tanto da diventare fra i vini più ricercati, in pochi anni si sono affermati come prodotti d’alta qualità, sul panorama enologico nazionale. Il comune di Pontelatone dal 2014 è “città del vino Casavecchia”, con un appuntamento che sin dall’anno scorso ha registrato un pieno di consensi: “Il Casavecchia Wine Festival”. L’area del Monte Maggiore, inoltre, può offrire piacevoli sorprese, oltre al superbo paesaggio offerto da madre natura, anche dal punto di vista archeologico, con il sito archeologico di Trebula, tutto da scoprire

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Un tuffo nel passato: “la scafa” di Caiazzo

Immagine

Un immagine di tanti anni fa che ritrae un gruppo di uomini con una carrozza trainata da un cavallo mentre attraversano le sponde del fiume Volturno con una “scafa”, una chiatta  ancorata ad una fune utilizzata all’epoca per attraversare le sponde del fiume per passare da Caiazzo, esattamente ai confini con Piana di Monte Verna (allora Piana di Caiazzo)  a  Limatola, nel casertano. La scafa, comune ad altre località dell’Italia, era usata per unire le due località divise per un lungo tratto dal fiume, in un periodo nel quale le infrastrutture non erano certo al livello di oggi. La navetta veniva utilizzata per svariati tipi di trasporto; non era difficile difatti che venisse utilizzata per il trasporto di animali (spesso interi greggi di pecore) e carichi pesanti. In quel punto oggi c’è un ponte che non a caso dai residenti è stato ribattezzato “il ponte della scafa”. Quasi certamente l’uso della scafa  nel territorio caiatino, risale al 13 secolo quando l’allora signore di Pontelatone  Goffredo di Dragoni proprietario di una serie di casali su entrambe le rive del Volturno  fece requisire per la Corona una chiatta, ovvero la – scafa ,- con cui svolgere  un proprio servizio di collegamento tra i suoi feudi sul Volturno.

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Premio Eco-friendly 2014, prestigioso riconoscimento per i vini dell’Alto Casertano

ecofriendly-corp

Il prestigioso premio Eco-friendly di Vini Buoni d’Italia-Touring club2014 va all’azienda vitivinicola casertana “Terre del Principe”.  La struttura si trova a  Castel Campagnano,  gestita da Peppe Mancini e Manuela Piancastelli;  il premio si basa su un duplice aspetto: la qualità del vino e l’impegno nella salvaguardia dell’ambiente; significativa la motivazione del riconoscimento: ”l’impegno profuso nella tutela del territorio e del vigneto, nonché per l’attuazione di piani volti al risparmio energetico e, non ultimo, alla produzione di vini rispettosi della salute e del benessere dei consumatori”. “Terre del Principe” ha avuto il merito di recuperare  una secolare cantina interamente scavata nel sottosuolo, ricreando le condizioni ideali di umidità e bassa temperatura nell’ottica del rispetto della tradizione e del risparmio energetico, inoltre, si è distinta per l’utilizzo di  vitigni autoctoni dell’area su terreni sabbiosi-privi di residui di metalli pesanti e altre forme di inquinamento,oltretutto bandendo l’uso di diserbanti. “Terre del Principe” si è imposta come azienda leader del Pallagrello e del Casavecchia, tipici dell’Alto Casertano, territorio che, ancora una volta, si distingue per la qualità della vita e le produzioni enogastronomiche d’eccellenza

 

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Nel 2100 Napoli diventerà un’isola mentre la Pianura Padana e Roma scompariranno

 

Prendendo la previsione con la dovuta cautela, poiché la cartina è il frutto di una simulazione basata su un algoritmo più che su solide basi scientifiche, nel 2100 l’Italia potrebbe non essere la stessa che conosciamo oggi, in seguito all’innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale, di circa 100 metri. La mappa (disponibile al link http://the9988.deviantart.com/art/Italy-in-2100-31795650) mostra una nazione privata di molte zone costiere coperte dalle acque, una Pianura Padana sommersa quasi in toto, così come Roma completamente sott’acqua ( sostituita dal “Mare Benedetto”), la Campania privata di Ischia e Capri con due nuove isole, quelle di Napoli e Pozzuoli.

Particolare Sud Italia

Particolare Sud Italia

Una previsione raggelante, piuttosto improbabile in considerazione della sua vena artistica, che pone in evidenza, ancora una volta, tutte le problematiche connesse ai cambiamenti climatici che potrebbero portare davvero a scenari apocalittici.

 

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Cartina Italia 2100

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La figura dei “Bottari”: una tradizione di Terra di Lavoro che si perde nel tempo.

bottari 2
Macerata Campania è un piccolo paese in provincia di Caserta, rinominato della “pastalessa”, ovvero la pasta con le castagne lesse riconosciuta come “Patrimonio culturale immateriale” di Macerata Campania, dove si è appena conclusa la festa (che si ripete dal 1300 )di Sant Antonio Abate o meglio “Sant Antuon” come affettuosamente chiamato dai maceratesi; durante tale festività avviene la celebre sfilata delle Battuglie di Pastellessa, cioè i carri allegorici su cui si esibiscono i “Bottari “di Macerata Campania percuotendo strumenti “sui generis”: botti, tini e falci .carri di macerata La figura dei “bottari”, presente in altre zone della provincia, trae origine da antichissime abitudini fortemente connesse con le tradizioni agricole di “Terra di Lavoro”; anticamente Macerata era una comunità prevalentemente agricola ed artigianale, dove il lavoro dei campi richiedeva l’uso di una ricca gamma di attrezzi e strumenti che venivano fabbricati dagli artigiani locali che per comprovare la solidità degli stessi appena fabbricati percuotevano con magli le botti, con mazze i tini e con ferri le falci, creando un suono, successivamente chiamato “della pastalessa”, che a tratti era più “rumore” ma che durante le riunioni della comunità maceratese era assordante e coinvolgente allo stesso tempo.bottari Un’antica legenda popolare vuole, inoltre, che la Pastellessa abbia anche un significato esoterico: nata come rituale per scacciare gli spiriti maligni dalle abitazioni (cantine e stalle in particolare), in base alla credenza che i rumori ossessivi prodotti dagli “strumenti” avessero il potere di spaventare e allontanare le presenze maligne che proliferavano durante le lunghe notti d’inverno, lo stesso rituale, poi, ripetuto all’aperto si pensava rappresentasse un atto propiziatorio per ottenere un buon raccolto perché serviva a celebrare la fertilità della “Madre Terra”, da celebrare rigorosamente in concomitanza con i cicli astronomici che da sempre hanno influenzato il calendario delle pratiche agricole.

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Le ”Ciampate del Diavolo” fra mito e archeologia

ciampate del diavolo 2
L’alto casertano è un territorio poco battuto dove l’uomo è ancora ospite e non padrone, a livello naturalistico e paesaggistico, a dispetto della cattiva fama conquistata dalla vicina “Terra dei Fuochi”, non ha nulla da invidiare alle zone più rinomate delle Nazione, inoltre, è fonte inesauribile di tesori nascosti dal tempo che in parte stanno riaffiorando. E’ il caso del sito ritrovato nel comune di Tora e Piccilli in località Foresta alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina nell’omonimo parco regionale, denominato “Le Ciampate del Diavolo”, ovvero le “Impronte del Diavolo”; la zona da sempre ha destato l’attenzione, la curiosità e il timore dei residenti, alimentando, peraltro una leggenda legata all’inspiegabile presenza di impronte di una grandezza spropositata per il genere umano. La tradizione popolare del luogo ha dato questo nome a tali orme perché si pensava che solamente un demone poteva camminare sulla lava vulcanica senza bruciarsi, nello specifico, la leggenda narrava che il Diavolo in persona, cercando di abbeverarsi alla vicina fonte, lasciò le sue enormi orme sulla lava, elemento sufficiente per gli abitanti del posto a debita distanza da quel luogo ritenuto infestato dai diavoli, e quindi, maledetto. Ricerche d’archivio hanno avvalorato la tesi secondo la quale le orme erano conosciute almeno a partire dagli anni venti dell’Ottocento, allorquando delle piogge torrenziali hanno riportato alla luce le impronte.

il pendio sul quale sono impresse le orme

il pendio sul quale sono impresse le orme

Solo recentemente la leggenda ha ceduto il passo alla scienza, difatti nel 2002 degli studiosi locali, in collaborazione con l’università di Padova, hanno dimostrato che le 56 impronte appartengono all’Homo Heidelbergensis, ominide che viveva nella zona circa 350 mila anni fa, cosa che le rende il più antico esempio attualmente conosciuto in Europa di tracce umana: nel mondo, solo in Kenya, ad Ileret, ne esistono di più antiche. Secondo la ricostruzione le impronte appartengono ad un gruppo di tre individui che discesero il fiume non per sfuggire al massa lavica, come inizialmente si pensava; ciò su cui 350.00 anni fa camminavano, non era magma bensì una fanghiglia calda, ma contestualmente abbastanza fredda da poter essere calpestata. Ecco perché le impronte appaiono tanto grandi, difatti il terreno fangoso e la leggera inclinazione hanno originato un calco molto grande ma in realtà di tratta di piedi molto piccoli: lunghi non più di 20 cm e larghi 10, le impronte di mani, inoltre, sono giustificate dal fatti che nei punti in cui si scivolava, gli uomini si sono aiutati con le mani. I ricercatori hanno calcolato che l’altezza degli ominidi fosse di circa 160 cm (statisticamente l’altezza più probabile associata a quella taglia del piede). Il sito paleontologico di Tore e Piccilli è unico nel suo genere in ragione di alcune sue caratteristiche: il paleostrato perfettamente databile; la presenza di numerose impronte in buono stato di conservazione; le piste che si trovano all’aria aperta e non in grotta, su un pendìo e non su una superficie pianeggiante.
Al link sottostante è possibile visionare il servizio completo del 13.10.2010 che la trasmissione Voyager dedicò all’argomento
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1a1a65d3-e87e-4fee-9753-d91cdb8dfbc7.html

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Top Image Contest 2013: il Vesuvio stravince

vesuvio

Nella classifica, stilata dalla Digital Globe, dei luoghi più belli visti dallo spazio, il nostro Vesuvio, immortalato in una foto che lascia poco spazio alle repliche per la sua bellezza, era arrivato fra le 5 finaliste del “Top Image Contest 2013”. Dopo aver superato agevolmente lo scoglio della prima sessione ( 5 immagini su 20), il celebre vulcano campano si ritrovava in lizza per stabilire quale fosse la foto migliore scattata dallo spazio con 4 concorrenti di tutto rispetto: la città di Aleppo in Siria, il fiume Colorado nello Utah (USA), l’isola di Galensjak ribattezzata “l’isola dell’Amore” in Croazia, l’opera “Wish” a Belfast nell’Irlanda del Nord. Ad un certo punto il Vesuvio si era ritrovato staccato di oltre 500 preferenze rispetto all’antica cittadina della Siria, ma gli appelli lanciati sui Social Network non sono rimasti inascoltati. Risultato il Vesuvio ha vinto con un margine considerevole (oltre 3000) di voti sulla seconda preferenza. Il risultato lascia ben sperare per il 2014 e si colloca in una serie di feedback più che lusinghieri ricevuti dalla Campania oltre i confini nazionali, (vedi lo splendido articolo scritto sul New York Times dall’inviata Rachel Donadio, link https://allependicideltifataeoltre.wordpress.com/2013/12/16/il-new-york-times-napoli-una-delle-citta-piu-romantiche-del-mondo/ ).
Il link della pagina Facebook della Digital Globe è:https://www.facebook.com/DigitalGlobeInc?fref=ts
mentre l’articolo che certifica la vittoria del Vesuvio è disponibile al link:http://www.digitalglobeblog.com/2014/01/06/topsatelliteimage2013/

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In Campania esiste una credenza popolare sulla Befana che non tutti conoscono.

befana In Campania c’è una tradizione atavica legata alla figura della Befana, precedente alla celebrazione della festa religiosa dell’Epifania. Anticamente, infatti, si pensava che nella dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrasse la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. Fra il 5 e il 6 gennaio, Madre Natura, esausta per lo sforzo profuso durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, elargendo doni, che rappresentavano i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo, prima di essere bruciata per far sì che potesse rinascere dalle ceneri nella sembianze di una giovane Madre Natura. La notte del 5 gennaio, oltre che la morte della vecchia Madre Natura, sanciva anche la fine del tempus tremendum degli antichi, una credenza popolare che si basava sul ritorno ciclico dei morti fra la notte fra l’1 e il 2 novembre. Difatti, anticamente, in varie zone della Campania nella notte del 1 novembre, si sistemavano sul tavolo della cucina, per rifocillare il defunto dal viaggio, un bicchiere di vino, uno d’acqua, del pane ed un pezzo di baccalà e, a volte, il dolce chiamato “il pane dei morti”,la notte del 5 gennaio, invece, davanti ad ogni casa c’era una candela accesa, per dare ai morti una lampada, con la quale “Poter andare definitivamente dinanzi a Dio”.

Pane dei morti

Pane dei morti


In seguito, anche nella tradizione popolare campana la Befana ha sostituito la figura pagana di Madre Natura, sicché la tradizione legata al tempus tremendum è scomparsa progressivamente, eccezion fatta per alcune zone del Vallo di Diano, nel salernitano, dove ancora oggi è possibile trovare fuori delle abitazioni una lampada accesa per accompagnare il defunto nel suo viaggio.
Vincenzo RUSSO
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A NATALE COMPRA MERIDIONALE: gli Struffoli e la loro storia.

struffoli JPG Gli struffoli sono una delle specialità natalizie più rinomate della pasticceria napoletana, un dolce fatto con palline di farina e uova fritte tenute insieme con miele . Non necessitando di particolari ingredienti stagionali possono essere preparati durante tutto l’anno. Il vero struffolo deve essere piccolo perché così aumenta la superficie di pasta che entra in contatto col miele a tutto vantaggio del sapore; nella ricetta degli struffoli trovano posto arancia e cedro candito e la “cucuzzata“, ovvero la zucca candita. Nonostante gli struffoli siano universalmente identificati con Napoli e la Campania, pare che a Napoli li abbiano portati i Greci, al tempo di Partenope; greca sarebbe anche l’origine della parola “struffolo”: “strongoulos”, cioè arrotondato, inoltre, anche “pristòs” che significa tagliato è un vocabolo greco; quindi uno “strongoulos pristòs”, cioè una pallina rotonda tagliata, ossia lo struffolo, in Campania è diventato “strangolapre(ve)te”, termine che ha indotto in errore molte persone, alimentando la (falsa) credenza popolare che la squisita pietanza abbia provocato più di uno “strozzamento” nei membri del clero a causa dell’ingordigia nel consumarla; peraltro, nella cucina greca esiste ancora una preparazione simile, i loukoumades (ghiottonerie). Sempre per restare nel campo religioso sembra che la diffusione degli struffoli a Napoli sia dovuta ai conventi e ai monasteri; inizialmente erano preparati dalle suore dei vari ordini, per darli in dono a Natale alle famiglie nobili che si erano distinte per atti di carità, in seguito le monache divennero famose, oltre che per la loro opera caritatevole, anche per gli squisiti dolci del periodo natalizio e pasquale che erano solite preparare ed offrire o vendere ai visitatori.
struffoli 010 Gli struffoli si diffusero rapidamente in tutta l’Italia meridionale, e in parte, anche in quella centrale; fra Umbria e in Abruzzo lo struffolo si chiama “cicerchiata”, perché le palline di pasta fritta legate col miele hanno la forma di cicerchie: legumi che possiedono dei semi velenosi che possono provocare paralisi e allucinazioni; in Basilicata e Calabria si trova invece la “cicerata“; nell’area fra l’Abruzzo e la Ciociaria, con il nome struffoli si intende un dolce tipico del carnevale diffuso in altre zone d’Italia con il nome di castagnole (palline fritte della dimensione di una castagna); a Taranto e nella provincia vengono chiamati “sannacchiudere“, mentre a Lecce “purcedduzzi” (porcellini dolci); infine a Carloforte, nella provincia di Iglesias (Sardegna), vengono chiamati “giggeri“.

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Il New York Times “ Napoli una delle città più romantiche del mondo”

napoli

E’ evidente che i giornali italiani proprio non ce la fanno a parlare bene di Napoli, dopo la copertina “Bevi Napoli e poi muori” dell’Espresso ( pare che l’acqua di Napoli sia più che buona e l’articolo, alla base, nasce da un’errata traduzione, giacché lo studio commissionato dalla Nato da cui ha avuto spunto si riferiva a dei pozzi artesiani privati..) e l’ultimo posto sancito dal Sole 24 nell’annuale classifica sulla qualità della vita per il 2013, a riabilitare l’immagine del capoluogo partenopeo arriva un servizio del New York Times: la Bibbia del giornalismo moderno, dal titolo emblematico “Sedotti da Napoli”. Tre pagine dell’inviata Rachel Donadio che tutti dovrebbero leggere; un elogio 2.0 di una città, forse decaduta, patria delle contraddizioni, ma pur sempre una dei luoghi più belli al mondo, perla di un golfo che racchiude tante meraviglie: la città, il vulcano, la celebrata costiera, Capri e “la sua cugina più povera” Ischia. Emerge la percezione di un rapimento emotivo al cospetto di una città che ha un’anima, chiassosa, indisciplinata, ma piena di piccoli tesori tutti da scoprire (Spaccanapoli, le “Sette opere di misericordia” e “la flagellazione” del Caravaggio, il museo di Capodimonte e quello Archeologico,il convento di San Martino, quelli citati nell’articolo) con l’immancabile riferimento al fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro. Una città unica nel suo genere, che nel corso dei secoli ha incantato illustri viaggiatori e persino i suoi conquistatori. Di seguito riportiamo alcuni dei passi più interessanti dell’articolo disponibile al seguente link: http://www.nytimes.com/2013/12/15/travel/seduced-by-naples.html?smid=tw-share&_r=4&

Una volta che riesci a farti strada tra le viuzze della città, nel traffico indisciplinato, attraversando vicoli percorsi da adolescenti senza casco, che procedono contro mano, ascoltando le urla delle persone e fiancheggiando i panni stesi ancora bagnati, immersi in un profumo perenne di mare…non ci vuole molto per abituarsi a poco a poco a questo mondo di clacson strombazzanti, edicole della Madonna illuminate da neon blu, il profumo intenso di caffè misto a pizze fritte e chiese decorate con teschi. E’ un caos magnifico che ti conquista… ecco che diventa subito chiaro il magnifico caso di una città sospesa tra la vita e la morte. Forse è la posizione incastonata sulla vasta baia che si affaccia sul set cinematografico naturale di Capri e di Ischia o il Vesuvio tra i vulcani più attivi al mondo che grava come un eterno memento mori.. o le colonizzazioni greche, romane, normanne, spagnole, francesi o la presenza della criminalità organizzata …La sua magia può essere potente, più dell’elegante e sobria Firenze o della sgargiante Roma, con la bellezza perfetta delle sue rovine, e anche più dell’ultraterrena Venezia, ritengo che è la grossolana, squallida e leggermente minacciosa Napoli ad essere una delle città più romantiche del mondo.
Ho visto la prima volta la città anni fa, quando lavoravo come babysitter a Roma. Era inverno. Il Famoso mercatino di Natale della città era in pieno svolgimento, come è ora. Ero in viaggio con un gruppo di studiosi e archeologi. Ci hanno portato in ogni chiesa della città, sempre attenta a tenere la mia borsa stretta essendo la criminalità di strada molto pericolosa….Ricordo ancora la finestra del mio albergo che affacciava sulle luci del porto e le colline circostanti. Un mix di quella perfetta bellezza in rovina di una città che ha visto praticamente tutto, ed è riuscita a sopravvivervi. Decisi così di ritornare negli anni successivi e così ho fatto …Ogni volta che potevo allontanarmi da Roma, città paludosa e sempre capace di sedurti, ma mai di sorprenderti, venivo a Napoli, una scarica di adrenalina infallibile, uno schiaffo in faccia, a solo un’ora di treno a Sud … questa è una città che ha visto tutto…Se si ha la pazienza di esplorarla, Napoli ti conquisterà e non ti abbandonerà più…Napoli è anche un regno dello spirito… i Borbone hanno contribuito a trasformare Napoli nella capitale cosmopolita del vivace Impero spagnolo, per secoli, un centro di commercio e di apprendimento. Il giovane Cervantes era di stanza qui per cinque anni come marinaio… sotto il dominio spagnolo, il sud era di gran lunga più ricco del nord. Dopo l’unificazione d’Italia nella metà del 19 ° secolo, il tenore di vita e il reddito pro capite nel sud sono crollati. Ancora oggi, molti a Napoli ritengono che il Sud era meglio prima dell’unificazione… Napoli non è stata mai una città facile da governare. Nel 1547 -ad esempio – i napoletani si ribellarono contro l’Inquisizione spagnola, un secolo più tardi toccò ai contadini ribellarsi ai padroni spagnoli, rifiutando di pagare loro le tasse che poi servivano a finanziare guerre che non li riguardavano minimamente. Ma come dimenticare la Resistenza, scoccata nel 1943, quando donne e uomini napoletani cacciarono i nazisti dalla città.. La storia della conquista ha lasciato il segno. “O Francia o Spagna purchè se magna” dice un vecchio detto napoletano… Eppure questa città è piena di vita. Il cibo si sofferma soprattutto nella mente…Una volta un amico mi ha detto: “questa pizza è come un bacio sulla fronte” … Ci siamo stati a Napoli, come tanti prima di noi, sospesa tra il sacro e il profano, il silenzio del chiostro e il caos del mondo. Campa un giorno e campalo bene. Vivere alla giornata e vivere bene.”

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Sotto il Tifata il “caffè sospeso” era un piatto di pasta

cropped-monte-tifata2.jpgNel mondo si sta riscoprendo un’usanza tutta partenopea: quella del “caffè sospeso”, caduta nel dimenticatoio da qualche decennio e ripresa, con qualche variante, in nazioni come Argentina, Spagna, Olanda e Francia. “Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo…” , sono le parole dello scrittore Luciano De Crescenzo per descrivere questa usanza; quello di lasciare un caffè pagato al bar era un’ antica tradizione molto diffusa nel passato a Napoli, chi era felice a seguito di un evento, o era semplicemente di buon umore pagava due caffè ma ne consumava solo uno, lasciando così la possibilità di ristorarsi a chiunque fosse passato successivamente; così facendo, quando una persona bisognosa entrava nel bar poteva chiedere se c’èra un caffè sospeso, e, in caso affermativo, riceveva un caffè come se gli fosse stato offerto dal primo cliente. Anche a San Prisco, negli altri comuni tifatini, e in molti territori del casertano, nel passato ci sono stati gesti di straordinaria solidarietà molto significativi; in particolare, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, fino a tutta la metà degli anni sessanta, nelle cosiddette “case di corte” e “masserie”, molti poveri, disabili ma anche invalidi di guerra erano sfamati con un patto di pasta o minestra; a quest’atto di beneficenza, spesso, la persona che riceveva l’attenzione faceva seguire una formula di ringraziamento, molto gradita, poiché era una forma di preghiera rivolta ai “ cari estinti” dei benefattori: “ frisca l’anema re tutti i morti tuoi”. Tale usanza divenne una vera e propria consuetudine, spesso le famiglie “adottavano” sempre lo stesso bisognoso che cercava, dignitosamente, di presentarsi solo quando era necessario. Come il “caffè sospeso” anche questa bella consuetudine sparì progressivamente, i tempi cambiarono e la tipica solidarietà contadina lasciò il passo all’opulenta società industriale che ha portato via anche questa abitudine. Ancora oggi è possibile che qualche persona anziana per sottolineare un gesto di benevolenza o di cortesia estremamente gradito dica“ frisca l’anema re tutti i morti tuoi”, queste parole, purtroppo, sono l’unico lascito di una straordinaria pagina di slancio solidale nella storia recente della nostra piccola cittadina, sopravvissuta solo nei ricordi di chi quell’esperienza la visse in prima persona, e merita sicuramente di essere approfondita.
Vincenzo RUSSO

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All’Agriturismo “Le Fontanelle” la 6° edizione dell’evento “Vino Casavecchia e castagna Ufarella”

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“Domenica di carta”. Apertura straordinario dell’archivio storico della Reggia di Caserta

In aderenza all’evento “Domenica di Carta 2017” domenica 8 ottobre ci sarà l’apertura straordinaria di biblioteche e archivi statali promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del  Turismo per “valorizzare non solo i musei e aree archeologiche, ma anche i monumenti di carta patrimonio altrettanto imponente e ricco conservato e valorizzato in splendidi luoghi della cultura”. La Reggia di Caserta  aderirà all’ iniziativa con l’apertura dell’Archivio Storico,  l’appuntamento,  inoltre,  sarà arricchito da una visita guidata dal tema “Allevamenti e cacce  reali dei Borbone” che verterà  sulla storia dei Siti Reali in Terra di Lavoro attingendo ai documenti dell’Archivio Storico e ai volumi della biblioteca Palatina. La documentazione in questo senso è abbastanza ricca, lo si deve soprattutto alla passione smodata del sovrano Carlo di Borbone per la caccia e la vita all’aria aperta;  il Re durante il suo regno creò molte Real Tenute di caccia, peraltro dislocate in un’area molto vasta che comprendeva una vasta parte del casertano e parte del Sannio.  Durante l’iniziativa saranno mostrati tanti documenti antichi, e per certi versi inediti,  come registri contabili e ricevute di pagamento della Real Tenuta di Carditello, oppure gli inventari della  Real Bufaleria, le  rendicontazioni relative alle entrate derivanti dal commercio di bestiame, oltre a documenti sul personale che lavorava in questi siti e quelli relativi alla vendita dei prodotti caseari. L’evento sarà arricchito da una degustazione che avverrà nella mattinata di prodotti caseari gentilmente offerti dal caseificio “Il Casolare” di Alvignano

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La “Divina Musica” fa tappa nel rione Sant’Andrea

Prosegue la rassegna di musica sacra promossa dall’amministrazione comunale in sinergia con la Diocesi di Capua: l’evento presso la parrocchia di Sant’Andrea Apostolo

 

Prosegue la stagione di “Musica Sacra” promossa dall’amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere in sinergia con la Diocesi di Capua e che si sta svolgendo in diverse parrocchie della città. Dopo il grande apprezzamento dei primi eventi che si sono tenuti nel periodo estivo, la “Divina Musica” fa adesso tappa nel rione Sant’Andrea de’ Lagni.

Domenica 1 ottobre, alle ore 20.00, è previsto l’appuntamento presso la parrocchia Sant’Andrea Apostolo con il concerto di musiche sacre a cura della Corale Polifonica di Macerata Campania ( nella foto NdR9, composta da 20 coristi, che si avvarrà della presenza di qualificati professionisti del “Real San Carlo” di Napoli diretti dal Maestro Cesare Marra.

Corale Polifonica Macerata Campania

Prossimi appuntamenti sono in programma nei mesi di ottobre, novembre e dicembre in altre parrocchie della città di Santa Maria Capua Vetere.

L’Ufficio Stampa

Santa Maria Capua Vetere, 27.09.2017

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Federico Buffa “Napoli non è una città, è una Nazione fatta e finita”

Federico Buffa è uno dei maggiori storytellers italiani, insieme a Flavio Tranquillo per anni ha deliziato  gli appassionati di NBA, la Lega che raccoglie il gotha del basket americano e mondiale,  elevando ad arte la telecronaca sportiva, arricchendola di aneddoti e particolari che solo un profondo conoscitore dello sport e un grande uomo di cultura possono raccontare con la grazia e l’eleganza che sfoggia sempre Federico. Uomo di mondo a tutto tondo, in tempi non sospetti ha sfoderato la sua ammirazione per Napoli «Questa non è una città, è una nazione fatta e finita. È una capitale, lo è stata e lo è ancora. E te lo dice uno che riconosce questa cosa perché arriva da un luogo che non è mai stato davvero attrezzato per poter essere una capitale» dichiarò in una recente intervista rilanciata dal Napolista.  Da non perdere sono  le parole che lasciano trasparire la profonda ammirazione dell’Avvocato per Napoli  in una videointervista a Valerio Di Giacomo per il sito soldatoinnammorato.it  , rilasciata  in occasione della sua tappa partenopea il suo tour teatraleche tenne nel 2016. In poco più di 16 minuti,   Federico Buffa sfoggia la sua arte retorica parlando di Napoli, Maradona, cultura e sport, emozionando come solo lui sa fare

 

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Domenica 24 Settembre presso il parco della Reggia “Volere Volare. Una mongolfiera al cospetto del Re”

 

Domenica 24 Settembre, in concomitanza con il tema “Natura e Cultura” promosso dalle Giornate Europee del Patrimonio 2017, l’Associazione Il Bel Paese  organizza, insieme al Museo Reggia di Caserta, al Comune di Fragneto Monforte (BN) e all’AS Club Aerostatico WIND & FIRE l’evento “Volere Volare”, che si svolgerà nel parco della Reggia ddalle ore 8 e 30 fino alle 18. Qui, per la prima volta in assoluto, verrà installata una mongolfiera che eseguirà una serie di voli vincolati, il tutto accompagnato da una rievocazione storica con abiti del Settecento‏, a cura dell’Associazione Culturale Rievocatori Fantasie d’Epoca, per riproporre la prima dimostrazione di volo nel Regno di Napoli il 13 settembre 1789 ad opera dello scienziato Vincenzo Lunardi, davanti gli occhi di re Ferdinando IV di Borbone e della regina Maria Carolina. Per l’occasione saranno lette delle odi e dei componimenti che furono scritti per celebrare le gesta di Lunardi e verranno esposti nella Biblioteca Palatina degli appartamenti storici dei volumi facenti parte delle collezioni reali riguardanti l’aerostatica e l’aeronautica. I membri dell’Associazione IlBelPaese coordineranno l’evento e forniranno spiegazioni storiche a riguardo L’associazione Culturale “Rievocatori Fantasie D’epoca” curerà una rievocazione storica della dimostrazione di volo, che si terrà alle ore 11:00 e alle ore 16:00. La rievocazione con abiti del Settecento in uno dei parterre della Reggia‏, riproporrà la prima dimostrazione di volo nel Regno di Napoli avvenuta il 13 settembre 1789 ad opera dello scienziato Vincenzo Lunardi, davanti gli occhi di re Ferdinando IV di Borbone e della regina Maria Carolina. Si potrà assistere alla rievocazione e vedere la mongolfiera entrando nei giardini della Reggia. Costi sul sito ufficiale della Reggia di Caserta http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it/index.php…

I voli dimostrativi vincolati, a cura dell’A.S. Club Aerostatico WIND & FIRE di Fragneto Monforte (BN) dipenderanno dalle condizioni climatiche.

 

( Dal Comunicato presente sull’Evento Facebook)

 

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