𝐙𝐢̀ 𝐓𝐚𝐭𝐨𝐧𝐧𝐨 (nome di fantasia) era un giovane agricoltore di San Prisco, piccolo comune in provincia di Caserta, che, suo malgrado, fu chiamato alle armi come soldato semplice nella Seconda guerra mondiale. Nei suoi pensieri c’era sempre il nascituro di famiglia: avendo già due femmine sperava nell’arrivo di un maschietto, che nel caso si sarebbe chiamato Prisco. Chiamato alle armi, in Russia, sul fronte orientale, sapeva, avendone avuto notizia dai commilitoni, di andare in un contesto critico e molto pericoloso.
Assegnato alle retrovie, ebbe come compito principale quello di accudire un asino destinato al trasporto dei viveri. Con il tempo, quell’animale divenne per lui un punto di riferimento, una sorta di conforto silenzioso in mezzo agli orrori della guerra.
Durante un violento conflitto a fuoco, il plotone di Tatonno subì numerose perdite ed ebbe ordine di ritirarsi. Ma la colonna fu sorpresa da una tormenta di neve che disgregò i ranghi. In quella confusione Tatonno perse contatto con i suoi commilitoni e, poco dopo, anche con il suo asino; pensò gli fosse stato rubato, anche se non poté mai escludere che, preso dal panico, fosse semplicemente fuggito.
Sfinito e in preda allo sconforto, il giovane soldato iniziò a vagare nel buio, consapevole che ogni passo poteva condurlo o nelle mani dei russi o in un labirinto di desolazione e gelo, senza alcuna possibilità di salvezza. Dopo ore interminabili di marcia senza una direzione precisa, Tatonno cominciò a sentire, sempre più nitidamente, voci che parlavano italiano. Decise allora di seguirle a distanza, con cautela, finché, preso coraggio, si presentò a un gruppo di commilitoni connazionali, ridotto in condizioni disperate e con principi di congelamento e gravi ferite agli arti causate dal freddo.
Rimpatriato in quanto ferito grave, tornò a San Prisco soltanto dopo una lunga convalescenza, quando il piccolo Prisco era già nato da alcuni mesi. Da allora, la festività di San Prisco assunse per lui un valore speciale: durante le notti buie della Russia non avrebbe mai immaginato di poter riabbracciare la vita e vedere suo figlio. In segno di riconoscenza e devozione, Zì Tatonno, pur segnato dalle infermità permanenti e senza grandi mezzi, fu sempre generoso con le sue offerte per la festa del Patrono, sempre con discrezione. Passati i 70′ le ferite di guerra si fecero sempre più debilitanti, allora si concedeva solo il lusso di passare un paio d’ore sulla sua seggiola per osservare il caos calmo della cittadina e scambiare due chiacchiere con qualche conoscente. Tuttavia, in occasione della festa patronale, facendo leva su tutte le sue energie residue, indossava il vestito migliore, e nel momento del passaggio della processione, quando incrociava le statue dei Santi Patroni, si alzava da solo per farsi il segno della croce. Nei suoi ultimi istanti di vita disse ai suoi parenti che considerava ogni giorno passato dopo la sua guarigione, “𝑢𝑛 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑝𝑖𝑢̀, 𝑢𝑛 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑐𝑜𝑙𝑜”. Parole che in qualche modo, spiegavano la sua attitudine alla sua quotidiana serenità e al suo fare serafico