Sui 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐢 𝐓𝐢𝐟𝐚𝐭𝐢𝐧𝐢, ancora oggi avvolti da un fascino silenzioso e antico, si tramanda una leggenda che i contadini raccontano da generazioni, seduti davanti al fuoco o camminando tra i filari d’ulivo. Si narra che, nelle notti più limpide, quando la luna è piena o particolarmente splendente e la luce scivola leggera sui pendii, compaiano piccoli spiriti benevoli con le sembianze di bambini. Non fanno rumore, non spaventano, ma sembrano danzare. Avvolti da una luce bianca e morbida, si posano tra i rami e la terra, come se volessero parlare agli ulivi, accarezzarli, proteggerli.
I vecchi contadini spiegavano che quei fuochi fatui erano segnali: la terra in quei punti custodiva un’energia antica e generosa. Così, ogni volta che uno spirito appariva tra le luci della luna, proprio lì, nei giorni immediatamente successivi, veniva piantata una giovane pianta d’ulivo. Non era solo una semina: era un gesto di fiducia, un patto con la terra. Si diceva che ogni ulivo cresciuto in quei luoghi diventasse un guardiano silenzioso, capace di custodire non soltanto frutti, ma anche memorie, sussurri, racconti.
Così gli ulivi, radicati profondamente nella terra del Tifata, diventavano ponti tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che è memoria e ciò che è presente. E gli spiritelli benevoli, quei piccoli custodi luminosi, continuavano, secondo la leggenda, a vegliare sugli alberi e su chi, con amore, li coltiva.
È un’immagine dolce e potente: le luci danzanti, gli ulivi secolari e la montagna che respira storie.
𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑎, 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑢𝑛 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜, e che 𝑎𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑜𝑏𝑙𝑖𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑖𝑛𝑣𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒 𝑓𝑎 𝑒 𝑝𝑜𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑜𝑓𝑜𝑛𝑑𝑖𝑡𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑏𝑟𝑖𝑙𝑙𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑒𝑑 𝑎𝑡𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖