𝐶’𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 (𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑎𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑐’𝑒̀ 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎…)
𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑢𝑚𝑚𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎
Fra le ultime settimane di Luglio e le prime di Agosto ci si metteva al lavoro, i doni della natura, in questo caso i pomodori, secondo una tradizione che si tramandava di generazione in generazione diventano provvista per i mesi a venire. Eh si perché tempo fa doveva essere fatto tutto in casa (il pane, la lavorazione del maiale, la vendemmia, le olive e l’olio di olive) nel rispetto delle scadenze calendariali della nostra tradizione agro-pastorale.
La casa dei nonni, generalmente diventava in quei pochi giorni, settimane per alcuni, nelle ore mattutine il laboratorio della società familiare, i più piccoli con fremente attesa attendevano di essere invitati ed introdotti al gruppo di lavoro; significava un’implicita ammissione al mondo degli adulti, anche con i compiti più semplici.
Nonni, genitori, zii, cugini e talvolta amici creavano un microcosmo lavorativo dove ognuno svolgeva la propria mansione.
L’ambiente poteva essere serio o conviviale a seconda dell’umore dei più anziani oppure dello stato di lavorazione; era comunque una palestra di vita.
Nella maggior parte dei casi anni fa i pomodori erano coltivati nei terreni di famiglia e chi non poteva farlo li acquistava dal contadino di fiducia, fra rassicurazioni e trattative al ribasso.
Si cominciava prestissimo, alle prime ore del mattino (le 5 o anche prima) per evitare il caldo e l’afa, a stato avanzato dei lavori immancabile ci si riuniva intorno al tavolo per assaggiare a “sarza appena passata e cotta per gli spaghetti a mezzogiorno piena di basilico (preceduto dalla merenna, ovverosia pane fresco e salsa fresca di pomdoro), un composto che nella sua semplicità emanava un profumo inebriante e appagante per la fatica fatta, intorno al tavolo poi non mancava mai ‘o vino con le percoche, atto a nutrire la convivialità e le chiacchiere.
Erano scene da piccolo mondo antico: le bottiglie di vetro che si toccavano, producendo un suono inimitabile che su propagava nel vicinato e “miezza’ a via” ; ‘o nonno concentrato al massimo guardava il fuoco sotto i bidoni ; i familiari predisposti a catena di montaggio con l’ immancabile cazziatone per chi parlava troppo (la classica capa fresca) e distraeva gli altri; le operazioni pomeridiane di pulizia per preparare la lavorazione del giorno successivo.
Qualcuno li definirebbe ” tiempi belli ‘e na vota”, conditi e caratterizzati dalle credenze popolari:
“𝐶ℎ𝑖 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑢𝑟𝑐𝑎𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑙 𝑚𝑎𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑙𝑔𝑎 𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖 ‘𝑛𝑔𝑜𝑝𝑝𝑎 ‘𝑒 𝑝𝑢𝑚𝑚𝑎𝑟𝑜𝑙e!. 𝑆𝑖 𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑜’ 𝑒 𝑏𝑢𝑡𝑡𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒!
𝐿𝑒 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑖𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑒 ‘𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎!”
Quando cadeva un po’ di conserva era un dramma, alcuni per stigmatizzare la ne raccoglievano un po’ e se lo passavano sul collo e poi facendosi il segno della croce, seguendo un rituale atavico.
Erano appunto ” ‘e tiempi belli ‘e na vota”. Se sapessero i nostri avi che oggi si importano le conserve cinesi stracolmo di additivi chissà cosa direbbero.